Io sto bene e sono al sicuro. Racconti di un conflitto vissuto da vicino.

Dear God, not again.
You’ve seen this movie before, and it always has a bad ending…
In the end, Israelis will grow more isolated and resentful and Palestinians more desperate and oppressed and both sides will feel like victims that the world has ignored or abandoned.
-Chemi Shalev, 23 luglio 2017-

Non è certo notizia fresca fresca, ma contavo di pubblicarla solo dopo la partenza di mia mamma, dato che la paura di volare mi sembrava una preoccupazione già abbastanza grande, eheheh…
Poi ovviamente pure lei vive in questo mondo per cui sa tutto e tanto vale rispondere per bene ai tanti che mi hanno scritto per sapere cosa succede quiggiù, se sto bene e quali sono i rischi.

Tra guerra e conflitto
Ieri sera mentre mi cucinavo la cena sono forse riuscito a identificare la differenza tra “guerra” e “conflitto” ed il motivo per cui, nonostante tutto stia succedendo non troppo distante da me, mi sento sicuro qui in kibbutz: in una guerra le due parti cercano di sopraffarsi reciprocamente e di conquistare quanto più territorio possibile, mentre il conflitto è più una condizione in cui lo scontro è perenne e talvolta porta morti (tanti o pochi son comunque troppi), ma che non ha come fine immediato la conquista, quanto piuttosto una dimostrazione di forza spendibile sul tavolo delle trattative (che qui ci sono a fasi alterne).

L’attentato alla Spianata/Monte
Il 14 luglio tre cittadini di Umm al-Fahm, città araba accanto a Megiddo, hanno ucciso due soldati israeliani drusi e sono poi stati uccisi a loro volta.
L’attentato è avvenuto presso il Lions Gate, una delle sette porte di Gerusalemme, e luogo simbolo perché da qui entrarono gli israeliani per conquistare la Città Vecchia nel 1967; questo accesso, situato nella parte est della Città, è quello attraverso cui passano i musulmani per accedere alla Spianata delle moschee/Monte del Tempio: mettere il doppio nome non è uno sfoggio di cultura o un barocchismo gratuito, ma per me rappresenta un gesto di riconoscimento di entrambe le parti e dell’eguale valore che quei metri di terra rappresentano.
Gli assalitori, come sempre giovani, si sono serviti di una pistola e di due famigerati Carl Gustav, i fucili artigianali che i palestinesi si fabbricano nella West Bank e che sempre più spesso compaiono negli attacchi, visto l’irrisorio prezzo di 500 euro (https://www.theguardian.com/world/2016/mar/14/homemade-guns-carl-gustav-used-in-palestinian-attacks-on-israelis).

Abbiamo visto tutti i film di guerra, ma per nostra fortuna non siamo abituati a certe situazioni…
Su internet si trovano video molto più espliciti, ma non mi interessa dare facile scandalo mostrando dei morti, quanto piuttosto render l’idea di cosa significa una sparatoria in concreto, nella sua essenzialità e violenza, anche se solo acustica.
Scène de guerre #Jerusalem


Le prime reazioni

Il primo gesto ordinato dalle autorità israeliane è stata l’immediata chiusura del luogo sacro in cui migliaia di fedeli musulmani si recano quotidianamente per pregare: essendo venerdì, giorno di festa per l’Islam, questa decisione ha generato ancor più tensioni di una “semplice” chiusura.

Il presidente palestinese Abu Mazen ha chiamato personalmente Netanyahu, premier israeliano, per condannare il gesto ed esprimere il suo rifiuto per qualunque atto di violenza, soprattutto nei luoghi religiosi, a prescindere da chi li commette. Abu Mazen, consapevole dei rischi, ha poi chiesto a Netanyahu di riaprire al-Aqsa avvertendolo delle probabili conseguenze e della loro strumentalizzazione affinché si cambi lo status religioso e storico dei luoghi santi.

Un messaggio preciso è arrivato dal presidente israeliano Rivlin il quale, sottolineando che gli attentatori erano sì arabi, ma cittadini israeliani, ha detto che “ è tempo per la leadership araba in Israele e all’estero di esprimere una posizione chiara contro questo attacco criminale”.

Hamas, l’organizzazione terroristica che governa la Striscia di Gaza, tramite il suo portavoce Sami Abu Zuhi, ha detto che l’attacco “è stato una risposta naturale al terrorismo israeliano e alla loro profanazione della moschea di al-Aqsa”.

Casa Ebraica è un partito di nazionalisti religiosi parte della coalizione governativa, una di quelle minoranze che in ambito politico hanno più peso che nella realtà (come Alfano, per rendere l’idea).
Eli Ben Dahan, parlamentare di questo partito, ha collegato quanto accaduto con la decisione dell’Unesco di riconoscere la Tomba dei Patriarchi di Hebron come sito sacro dei musulmani in pericolo a causa delle politiche israeliane. Di fronte al tentativo palestinese di “indebolire i nostri legami” coi luoghi santi di Hebron e Gerusalemme, il deputato ha detto che “Israele deve rafforzare la sua autorità e il suo controllo sui luoghi santi e permettere a tutti gli ebrei di pregare tranquillamente”.
Il che, in parole povere, significa cambiare lo status quo che governa la Spianata.

Lo status quo

Gerusalemme è una città che si regge su una serie di equilibri fragili e costantemente messi alla prova: parlando del Santo Sepolcro (https://itisrael.it/it/taccuino/le-mie-tre-settimane-sante-gerusalemme/) avevo già raccontato di come chi lo vive si barcameni tra obblighi e divieti stringentissimi, con conseguenze anche assurde; in città persino la vendita di alcuni terreni può generare situazioni di instabilità e conflitto, come dimostra la recente vendita, volutamente segreta, di alcuni possedimenti del patriarcato greco-ortodosso (http://www.corriere.it/esteri/17_luglio_20/gli-affari-segreti-patriarca-venduti-tesori-israele-palestina-d52d2240-6d8a-11e7-8b64-8c2227f4edc4.shtml).
Il sito dove sorge la Cupola della Roccia non è ovviamente da meno: 50 anni fa Israele, con la Guerra dei Sei Giorni, conquistò la Città Vecchia e Moshe Dayan, generale e politico ebreo, stabilì le regole per questo che è il terzo luogo più sacro per l’Islam: decise di lasciare l’amministrazione della Spianata al Waqf, organismo religioso islamico, permettendo agli ebrei di visitare l’area ma non di pregarvi.
La gestione di Har ha-Bayit/ al-Ḥaram al-Sharīf è uno degli snodi cruciali nel processo di pace tra Israele e la Palestina: per dare un’idea basta ricordare che quando nel 2000 Ariel Sharon, ex-premier israeliano, si fece scortare da 1.000 soldati per fare una “passeggiata” sulla Spianata, quasi a voler “pisciare sul territorio” in un momento in cui la pace sembrava possibile, ottenne lo scoppio della seconda Intifada.

Ci sarebbero vari altri esempi in grado di arricchire il quadro che sto tracciando, ma credo che questo sia sufficiente a tratteggiare i contorni di una situazione che dura sì da 50 anni, ma con un equilibrio da sempre precario.

I metal detector

Dopo la chiusura della moschea per la preghiera del venerdì (l’ultimo precedente risale al 1969), la stessa è stata progressivamente riaperta, ma domenica 16 sono stati installati dei metal detector il cui scopo parrebbe chiaro, se non fossimo qui: impedire l’ingresso di armi (bianche o meno) nella Spianata.
Se pensiamo al Vaticano, ma anche alla Mecca, ci rendiamo conto che questa misura di sicurezza è assolutamente consueta in luoghi del genere. Ma non qui. In una situazione che si evolve su macerie e storie non pienamente intellegibili, ognuna delle due parti ha motivi che paiono ragionevoli per sostenere la propria tesi: ai musulmani non risulta accettabile perché interpretano questo gesto come l’ennesimo tentativo israeliano di prendere il controllo di parte del Monte, mentre gli ebrei ritengono sia una semplice misura di sicurezza.

Calma apparente
Beh, parlare di calma in una situazione del genere è certamente eccessivo, ma diciamo che per qualche giorno le carte sono rimaste in bella vista sul tavolo, ma nessuno ha fatto una mossa in grado di dare un nuovo flusso al gioco: qualche incidente con conseguenti arresti, ma nulla degno di nota.

Il Gran Muftì è la suprema autorità islamica sunnita ed ha in gestione i Luoghi Santi islamici di Gerusalemme. Di nomina governativa (prima ottomana ed ora palestinese), il suo è un ruolo ufficialmente giuridico, ma viene considerato anche il leader religioso di tutto il popolo palestinese.
Questo per spiegare quale il ruolo e l’influenza di Muhammad Ahmad Husayn, che giovedì 20 ha lanciato un appello affinché il giorno seguente fossero chiuse tutte le moschee di Gerusalemme ed i fedeli si recassero verso la Spianata per pregare al suo interno qualora i metal detector fossero stati rimossi, nelle strade antistanti nell’eventualità che fossero rimasti.

In serata una riunione di emergenza indetta dal premier Nethanyau ha portato alla luce la diversità di vedute tra lo Shin Bet, agenzia d’intelligence per gli affari interni, e la polizia: la prima riteneva fosse necessario rimuovere i metal detector per normalizzare la situazione, mentre la polizia propendeva per il mantenimento degli stessi ritenendoli efficaci strumenti di controllo.
Ahimè ha prevalso la linea della polizia per cui i metal detector non sono stati rimossi ed in aggiunta è stato vietato l’ingresso agli uomini al di sotto dei cinquant’anni. Per gestire quel che sarebbe prevedibilmente successo sono stati schierati ulteriori 3.000 soldati. 3.000 ulteriori soldati per gestire quel che tristemente è successo.

21 luglio
In un contesto in cui decine di giornalisti, israeliani e stranieri, vengono preventivamente tenuti a distanza (http://www.haaretz.com/israel-news/1.803015), quel che sta per succedere già si può immaginare.

Gli scontri sono iniziati già in mattinata e dopo pranzo si contavano già tre morti tra le fila palestinesi.
Ecco, già di per sé è un numero assurdo, ma mi ha colpito molto il fatto che i corpi dei due deceduti in territorio israeliano siano stati immediatamente recuperati dai familiari, i quali in poche ore hanno celebrato anche i funerali temendo che i corpi potessero esser confiscati dalle autorità israeliane.

In serata la Mezzaluna Rossa, la “sorella” musulmana della nostra Croce Rossa, riportava un bilancio di 390 feriti tra i manifestanti, cinque tra i militari israeliani (https://youtu.be/qmDZ0BhZqKo).

A seguito della morte dei tre giovani palestinesi, il presidente Abu Mazen è brevemente intervenuto in televisione dicendo: “I declare the suspension of all contacts with the Israeli side on all levels until it cancels its measures at al Aqsa mosque and preserves the status quo”. Nonostante l’interruzione dei rapporti con Israele, inizialmente non era stata interrotta la collaborazione dell’Autorità Palestinese con le forze israeliane riguardo la sicurezza (come poi annunciato domenica 23).

Uno si aspetta che la notte porti consiglio, o quantomeno che la gente si quieti temporaneamente, ma la follia umana non sta certo con l’orologio in mano.
Nella notte  tra venerdì e sabato un assassino palestinese ha ucciso tre israeliani residenti nella colonia di Neve Tsuf (Halamish per gli arabi): prometto che prima o poi farò un post su questa storia delle colonie, ma al di là di tutto mi preme dire che non esiste un motivo sufficientemente valido per uccidere una persona, a maggior ragione tre.

I conti che non vorrei fare
Dall’autunno del 2015 sono morti 47 israeliani e cinque stranieri, accoltellati o investiti.
Tra le fila palestinesi il conto sale addirittura a 255, o più precisamente 257 dato che è notizia di ieri la morte di altri due manifestanti.

L’obiettivo di essere (abbastanza) obiettivo
In questa mia cronaca ho certamente cercato di far trasparire la mia posizione, che è innanzitutto, prima di ogni altra cosa, al di là di ogni fatto concreto, quella di una persona sempre e comunque contraria alla violenza.
Sono però consapevole che certe scelte linguistiche non sono state neutre, perché un’idea ce l’ho e non intendo fare il super-partes che non sono: qui trovate l’intervista che ha rilasciato ieri Assaf Gavron a Repubblica e che, nel complesso, delinea quello che è il mio pensiero (http://www.repubblica.it/esteri/2017/07/23/news/assaf_gavron_ormai_e_chiaro_netanyahu_non_vuole_cercare_soluzioni_pacifiche_-171445333/).

Due sguardi oltre
Io sono un benedetto ottimista perché credo nell’Amore come principio di ogni cosa.
Io sono uno che crede nel 5% di buono e che cerca tracce di Pace tra la polvere sollevata dai carriarmati.
Io non sono solo e vorrei terminare questo lungo post con parole non mie.

Parlando delle difficoltà di coesistenza in questa terra, qualche paragrafo sopra citavo anche quelle di noi cristiani: beh, in questa situazione tutte le chiese cristiane si sono unite per rilasciare una dichiarazione comune, segno tangibile che le difficoltà e le incomprensioni si possono superare quando l’obiettivo è grande.
“Esprimiamo il nostro dolore per la perdita di vite umane e condanniamo con forza ogni atto di violenza. Ci preoccupa ogni cambiamento che venga introdotto nella storica situazione (lo status quo) della Moschea di Al-Aqsa (Haram ash-Sharif), della spianata e della città santa di Gerusalemme. Ogni minaccia alla sua continuità e integrità potrebbe facilmente condurre a serie e imprevedibili conseguenze, che sarebbero nefaste in un clima religioso già teso come l’attuale. Valutiamo positivamente la continua custodia che il Regno hashemita di Giordania esercita sulla Moschea di Al-Aqsa e sui luoghi santi di Gerusalemme e della Terra Santa e che garantisce il diritto per tutti i musulmani di accedere liberamente alla Moschea di Al-Aqsa e di esercitarvi il culto secondo quanto prevede lo status quo. Rinnoviamo il nostro appello a che lo storico status quo che governa questi luoghi sia pienamente rispettato per il bene della pace e della riconciliazione dell’intera comunità e preghiamo per una pace giusta e duratura per tutta la regione e per tutti i suoi popoli.”

Ron Gerlitz è una persona che non conoscevo prima di oggi, ma sarei pronto a sottoscrivere ogni virgola del suo pezzo “For Israel’s Jews and Arabs to Truly Coexist, This Is What Needs to Happen“ (http://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.802228).

 

 

I fatti, le dichiarazioni ed i numeri riportati, li ho trovati leggendo le fonti indicate nel post e quelle qui sotto, che possono essere buoni spunti per approfondire:
Dear God, not again http://www.haaretz.com/israel-news/.premium-1.802803
Testamento Omar al-Abed, assassino palestinese dei tre coloni israeliani  http://www.haaretz.com/israel-news/1.802795
C’entra l’ISIS? http://www.huffingtonpost.it/2017/07/22/il-timore-condiviso-di-israele-e-palestina-che-a-incendiare_a_23042723/
La “passeggiata” di Sharon http://www.repubblica.it/online/mondo/gerusalemme2/sharon/sharon.html
Attentato ad Amman+Nuovi morti e arresti http://www.corriere.it/esteri/17_luglio_23/israele-blitz-cisgiordania-arrestati-25-membri-hamas-b21143d2-6f69-11e7-af64-bee1b3eecfa7.shtml
Abu Mazen, discorso del 23 luglio http://www.jpost.com/Arab-Israeli-Conflict/Abbas-halts-security-coordination-as-Israel-considers-cameras-over-metal-detectors-500534
Sull’importanza della Spianata http://www.ilpost.it/2017/07/23/moschea-al-aqsa-gerusalemme-palestinesi/
Spartizione Spianata http://nena-news.it/intervista-la-spartizione-di-al-aqsa-e-un-processo-gia-in-atto/
Spartizione Spianata -2015 http://nena-news.it/gerusalemme-la-spartizione-della-spianata-delle-moschee/
Dichiarazione congiunta chiese cristiane http://www.terrasanta.net/tsx/lang/it/p10145/Rispettare-lo-status-quo-per-il-bene-della-pace
14 luglio http://nena-news.it/scontro-a-fuoco-sulla-spianata-morti-e-feriti/
14 luglio http://www.corrierequotidiano.it/1.67501/esteri/3715/gerusalemme-attacco-sul-monte-del-tempio-tre-attentatori-uccisi
21 luglio http://www.reuters.com/article/us-israel-palestine-idUSKBN1A62IS
21 luglio http://nena-news.it/gerusalemme-alta-tensione-per-il-venerdi-della-rabbia/
21 luglio http://www.ilpost.it/2017/07/22/palestina-spianata-moschee-scontri-abbas/

3 Comments

  1. I presupposti sono ottimi, … Dai che ce la puoi fare,
    Shalom

  2. Beh, quando una realtà da sempre lontana entra con prepotenza nei tuoi pensieri quotidiani, nei tuoi gesti, non puoi che lasciarti travolgere… E poi io ne ho scritto

  3. Un vero speciale giornalistico !

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