La vita è una bella sorpresa

Premessa
Nell’ultima settimana non ho pubblicato nulla perché mi sono goduto questi giorni passati coi 4/5 della mia famiglia e giuro che ero prontissimo a scrivere un aggiornamento sulla situazione politica quiggiù, e subito dopo uno sconclusionato report di questi giorni di “Fossati all’estero”, ma dopo quel che mi è successo sabato ho rimandato tutto


Per dirvi dell’urgenza di scrivere che mi è piombata addosso, vi basti sapere che fuori è buio e dentro e freddo mentre col bus 959 torno infine a Megiddo da Gerusalemme.
Sono le 22.41 di sabato sera e son passate ormai sette ore da quando, davanti ad una deserta stazione dei pullman, ho salutato la mia famiglia che tornava felice e malinconica allo stesso tempo in Italia.
 
Come già detto altre volte, a Gerusalemme durante Shabbat (da venerdì sera a sabato sera) tutto è chiuso e fermo, pure i trasporti pubblici: arrivato alla Stazione Centrale a metà pomeriggio, mi sono messo in paziente attesa sedendomi sul marciapiede di fronte all’ingresso e per ingannare l’attesa ho tirato fuori il pc; dopo una ventina di minuti di cazzeggio, un ragazzo con una mezza anguria in mano si avvicina e mi dice (da qui in poi è un mix di ebraico ed inglese, ndr): “Che fai?” “Aspetto che parta un pullman…” “Ma lo sai che partono tra un bel po’?” “Eee sì ma vabbè…” “Dai, vieni con me che sto andando a mangiare quest’anguria da un’amica che abita qui dietro” “Ok!”
Ecco, da questo rapido scambio di battute inizia una storia che definirei inaspettata e sorprendente, ma soprattutto bella!

Shraga, se ho capito bene il nome, ha appena finito di studiare ingegneria meccanica all’università e ora vive da qualche parte a Gerusalemme: vestito con un ordine assolutamente discreto ed una modesta kippah in testa, è una di quelle persone che non ti spaventerebbero nemmeno te la trovassi dietro in una strada buia e deserta.
Nemmeno due minuti di cammino e siamo in casa di ??? (regaz, ricordarsi dei nomi che non hai mai sentito è meeega complicato!), che è ancora al secondo anno del suo corso di studi (non ricordo nemmeno questo, eheheh…): con gran gioia dato il caldo mortale, Shraga si mette subito a tagliare l’anguria ancora fresca e così iniziamo a chiacchierare delle nostre vite, come sempre succede quando ci si inizia a conoscere.
Dopo un po’ Shraga ci dice che deve andare a trovare la sorella per cui sfidiamo il mondo esterno, caldissimo e vuoto, e ci incamminiamo in una città deserta, talmente addormentata che per fare prima prendiamo un grande ponte solitamente destinato ai soli tram.
Arrivati più o meno dalla sorella, io e ??? torniamo verso casa, dove dovrei semplicemente recuperare le mie cose e ciao ciao, inveeece… No, mamma, non diventerai nonna neanche a ‘sto giro!

Appena rientrati scopro che la casa si è riaffollata visto l’arrivo di Avyad, Lefnoy (?) e ???nr.2: il primo è un aspirante chitarrista che si guadagna da vivere lavorando come cuoco in una hummusseria, la seconda è all’ultimo anno di quel che definirei un corso tipo Servizio Sociale, mentre il terzo boh, però conosce alcune parole italiane, tra cui “farfalla”.
Con la mia solita capacità di toccarla piano, gli chiedo perché diamine tra le pochissime parole conosca proprio “farfalla” e lui mi risponde che gliel’ha insegnata un’app, per cui io mi sento in dovere di fargli presente che pensavo la sapesse perché “farfallina” è uno dei modi con cui gli italiani definiscono la vagina… Beh, potete facilmente immaginare la grassissima risata che ne è scaturita!

A un certo punto stiamo parlando di un gruppo musicale e con grande innocenza tendo il braccio verso Avyad per farmi scrivere il nome sul cellulare… Scemo io!
In quel preciso momento scopro che tutti loro sono degli ebrei professanti e che quindi rispettano pienamente le norme di Shabbat, tra cui quella che vieta l’utilizzo di qualsiasi apparecchiatura elettronica.
Shabbat deriva dal verbo “shavath”, che significa cessare, e per gli ebrei osservanti è il giorno in cui bisogna attenersi  a 39 divieti anticamente stabiliti: 39 come i lavori necessari alla costruzione del tabernacolo, che con l’evolversi della storia gli ebrei hanno solertemente provveduto a ridefinire.
Tra i tanti divieti ne cito qualcuno, giusto per dare l’idea: non si può scrivere né viaggiare (ma puoi andare a trovare i parenti), non si può cucinare né usare apparecchiature elettroniche perché quando si avvicinano i due pezzi di metallo e passa la corrente si congiungono due elementi e si trasgredisce in questo modo la melakhà di bonè (“costruire”)… Boh, a me pare un po’ assurdo perché alla fin fine non è che non usano l’elettricità (che sarebbe assai difficile al giorno d’oggi), ma semplicemente impostano mille mila timer per tenere il cibo caldo, la luce accesa in certe ore, l’aria condizionata funzionante in altre,…
Però devo dire che parlando coi ragazzi ho trovato degli aspetti molto positivi di questa situazione: innanzitutto la loro fede invade in maniera tangibile e praticissima la loro vita, poi si trovano nella condizione di fare a meno di cellulare, pc e sigarette (accendere un fuoco è vietato) per 24 ore, e questo è un privilegio che in pochi si permettono al giorno d’oggi.

Dopo un po’ che si chiacchiera amabilmente, decidiamo di andare in un parco e di goderci la gioia dello Shabbat tra indiani che giocano a cricket, gente che pratica la lotta libera, giovani praticanti di acroyoga e chi più ne ha più ne metta… Per rispetto dei miei amici lascio il cellulare a casa e nonostante ne sia stato felice questo si è rivelato un po’ una scocciatura: stavo così bene che ho posticipato la mia partenza, ma per verificare gli orari ho dovuto chiedere ad uno sconosciuto di cercarli per me (farsi fare la cose da un non ebreo, anche solo sollevare la cornetta per poi usare il telefono, è lecito).

Poco prima delle otto i miei quattro amici iniziano ad intonare dei canti per festeggiare la fine dello Shabbat ed io mi sento assolutamente a mio agio in un’atmosfera in cui cantare inni religiosi tra la gente non viene considerato pazzo, folle o semplicemente strano: una tolleranza che temo sia solo verso gli ebrei, ma che non di meno mi ha fatto sentire la distanza tra qui ed un paese con forti sentimenti anti religiosi come l’Italia.

Quando ormai è buio da un bel po’ e l’aria fresca di Gerusalemme si sposta al ritmo della gente che ritorna a viver la città, prendo infine il mio bus per tornare a Megiddo.
Torno a casa senza foto dell’incontro, ma con qualche buon contatto su Gerusalemme e soprattutto la gioiosa sensazione di aver finalmente vissuto quella parte di società israeliana che ancora non avevo conosciuto e che oggi ho scoperto nell’incontro casuale con cinque giovani ragazzi.

4 Comments

  1. […] non ti rivedremo*

  2. Mighellín, ho l’impressione che per un bel po’ (Sardegna esclusa!)..
    Sono molto contento di/per te.

  3. Sempre a far preoccupare la mamma tu…

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