Come il primo giorno di scuola

La sveglia è per chi non vuole svegliarsi
Questa mattina non ho avuto bisogno della sveglia per alzarmi, tanto aspettavo questo nuovo giorno: hai presente quando, da bambino, stavi lì ad aspettare che la sveglia suonasse per poter finalmente riniziare la scuola?
Beh, forse non succedeva proprio proprio a tutti, ma per me è sempre stato così alle scuole elementari.

L’unica cosa uguale è che non esco di casa nudo
Mi svegliavo la mattina con la colazione pronta in tavola e la cartella già fatta, almeno per il primo giorno.
Le matite colorate stavano ordinatamente riposte, nell’esatta scala di sfumature, all’interno dell’astuccio multistrato, ed i pantaloncini corti, che mi avrebbero miracolosamente accompagnato fino a dicembre, erano ancora puliti e ben piegati di fianco a quella che era la mia maglietta preferita del momento.
Papà a volte era ancora a casa mentre altre era già uscito per il suo primo giorno di scuola, mamma invece stava pronta sulla soglia per darci il primo bacio dell’anno e raccomandarci di attraversare la strada con attenzione, invece di usare le nostre biciclette come razzi senza controllo.

Oggi la colazione me la son dovuta fare con quel goccio di latte che avevo provvidenzialmente lasciato sul fondo della bottiglia: non ci ho tirato fuori nemmeno un bicchiere intero, ma ho rimediato con il caffè turco, anche se poi riuscire a non bersi pure quel che si deposita sul fondo è un’impresa da chimici di precisione, da acrobati della tazzina.
Non ho dovuto prendere particolari “attrezzi” ed i pantaloni sono già lunghi, nonostante il caldo: lavorando nella selvaggissima natura israeliana conviene cautelarsi, anche se in questo periodo sono ormai abbonato al risvoltino appena sopra la caviglia per far entrare un filo d’aria.
Mamma e papà stanno lontani migliaia di chilometri e per il babbo questo dovrebbe essere l’ultimo primo giorno di scuola della sua vita: tipo che a pensarci mi viene il groppo in gola e gli occhi si inumidiscono un po’… Giuro.

Il mio papà e la sua lunga avventura nella scuola
Ecco, già esco fuori tema (come spesso mi capitava anche a scuola): scrivere le parole che ho appena digitato è… è strano, non voglio neanche cercare un aggettivo che sia più preciso, ma che m’imporrebbe di interrompere questo flusso di pensieri.
Cioè, ma davvero mio padre sta per andare in pensione??? Proprio lui, il prof severo e rompiballe, quello degli scappellotti e dei peni giganti disegnati sulla lavagna per far smettere gli alunni che ne disegnavano di microscopici ovunque.
Lui che per me, assieme al mio prof di Greco e Latino del liceo, è la rappresentazione della scuola nella sua migliore accezione: uomini dediti non solo al trapasso di nozioni, ma anche alla formazione dei giovani che gli sono affidati, uomini che sanno IMperfettamente coniugare severità e ascolto.
Lui che legge ancora Tex, ma che ormai ha superato anche Kit Carson…

Pronti… Via!
Questa mattina ho indossato la maglietta più leggera che ho, resa ancora più traspirante dalle decine di buchini che lacerano un tessuto troppo leggero per resistere agli anni ed alla dura vita del contadino, e mi sono incamminato verso la fattoria: possibile che dopo sole tre settimane i ragazzi mi manchino già così tanto?
Possibile… Ed infatti quando da lontano ho iniziato a sentire il loro classico vociare, il mio cuore ha iniziato a sorridere.
Quando poi la mia piccola figura è spuntata dal cancello, sono stato travolto dalle voci festanti dei miei uomini e delle mie donne: un’onda di “Ine!!!” “Michaeeel” “Boker tov” “Shalom!” mi ha letteralmente travolto, dato che ero pronto a donare abbracci, sorrisi e strette di mano, ma molto meno a ricevere un affetto così strabordante.

Shinsìnim (o come diavolo si chiamano…)
In questi mesi tante persone mi hanno detto “Che coraaaaggio, che bella cosa che fai…” e sicuramente sto facendo una cosa bella, mentre sul fatto che sia una strada di coraggio ancora non ne son certo.
Però son sicuro che sarà una scelta bella anche per i cinque ragazzi israeliani che da oggi hanno deciso di spendere un anno di volontariato qui in fattoria: oltre ai 2/3 che si faranno nell’esercito, questi giovini hanno scelto di donare un ulteriore anno della loro vita al proprio Paese, ed in una forma che trovo bella bella in modo assurdo!
Ecco, per loro questo è stato il Primo Giorno e sono stati tutti insieme a guardarci, un po’ intimiditi e di certo impreparati a quel che si son trovati davanti: noi della fattoria siamo tante mandrie e quando stiamo insieme facciamo proprio un bel baccano!
Per loro son certo sarà un anno super fico anche perché vivranno tutti insieme in un appartamento ad Afula: io ed i miei amici siamo già pronti ad un vigoroso “Che mosssse!!!”, sperando però che nonostante i bagordi notturni arrivino a lavorare con la grinta e l’entusiasmo che spinge i loro (nemmeno) vent’anni


I nuovi ed i riciclati

Per Israela “paca paca” (“parla parla”) non è stato il primo giorno, ma ormai non veniva a lavorare da qualche mese per cui è un po’ come lo fosse stato. Verso giugno avevo chiesto come mai non si vedesse più in giro, lei che sorrideva sempre e, per non venir meno al suo soprannome, parlava senza sosta, anche quand’era chiaro che non capivi un cacchio, e mi avevano semplicemente risposto “Quando non ha voglia… Diciamo che si prende delle lunghe pause”.
Beh, oggi è tornata in tutto il suo splendido splendore, tirata a lucido nonostante qualche dente in meno e, lei sì, con quadernetto e fogli da primo giorno di scuola.

Nel nostro gruppo sono arrivati due nuovi ragazzoni, i fratelli Yoel e Yonathan, e nonostante siano ben diversi, mi servirà qualche giorno per chiamarli col giusto nome senza dover prima ripassare le loro caratteristiche: allora… Yoel è quello più grande dei due, con dei tratti somatici tipici del gigantismo ed il 50 (CINQUANTA!!!) di piede, mentre Yoseph ha solo il 44 e mezzo (so queste cose perché dobbiamo comprargli delle scarpe da lavoro, mica per feticismo o chissaché, eh!) un paio di occhialini sgangherati che paiono piccoli piccoli sul suo faccione e fa collezione di insetti… Ovviamente vivi!


Iamit shelì non lo sa
Iamit continua a non fare del sorriso la sua arma di seduzione di massa, ma oggi credo per la prima volta è venuta al lavoro coi capelli sciolti per cui… per cui boh, questa cosa mi ha colpito ma non è che devo per forza inventarmi delle deduzioni che non ho fatto.
Durante l’estate sono nate tante piccole cavie (nel senso della razza animale, non che abbiamo delle cavie da laboratorio) e così ho deciso che io e lei dovevamo prenderci cura di tutte, ma di una in particolare: Iamit ha scelto una di un bel rosso mattone con un ciuffetto bianco sulla nuca e così abbiamo iniziato ad accarezzarla; dopo un po’ le ho posto la fatidica domanda “Come corresti chiamarla?”, ma nonostante i vari tentativi (per sicurezza ho pure chiesto ad Einav di chiederglielo in una lingua che fosse ineccepibile) non ci siamo smossi dal suo solito “Non so”, per cui ho autoritariamente deciso che si chiamerà “Lo iodàt”, che significa appunto “Non so”.

Mimetico… Più o meno!
Durante il consueto giro settimanale del kibbutz, ci siamo seduti vicino alla zona dei compleanni e Asher ha ben pensato di improvvisarvi bio-truccatore sfruttando quel poco di carbone lasciato lì dopo un qualche fuocherello.

Moriucka e Baracki
Moriucka era contenta di tornare a lavorare… Direi anzi emozionata e probabilmente è per questo che si è fatta la pipì addosso, provando poi a far finta di niente: beh, immagino che quando hai quarant’anni non sia facile andare da qualcuno a dire “Sì, me la sono fatta addosso…” ed allora sei tu che devi saper gestire la situazione senza farla sentire in imbarazzo, parlandole con discrezione ed accompagnandola a trovare un nuovo paio di pantaloni con la stessa naturalezza con cui andresti a fare shopping.

Infine la mini-peste di Tlamim, l’uomo che sta nel corpo di un bambino e che dice “mamma” e poche altre parole: Barack, che ha la pelle dello stesso colore di Obama e degli occhi non meno vivaci di quelli dell’allora senatore dell’Illinois.
Baracki, con la “i” finale per gli amici, non è che sia un gran lavoratore, anzi… La sua principale occupazione, quando mi trovo nei paraggi, è spararmi e divertirsi nel vedermi morire cadendo in modi sempre diversi, aggrappandomi a lui o puntandogli a mia volta la pistola nella schiena.
Oggi però mi ha decisamente sorpreso: finito il pranzo stavo andando a prendere scope e secchio per lavare il pavimento e lui mi ha seguito, prendendosi poi l’onere di farmi da assistente al trasporto.

Una giornata che detta così pare ricchissima e quasi infinita, ma forse sono solo i miei occhi che son tornati a cercare storie e piccoli novità con la curiosità del nuovo arrivato, con quello sguardo curioso che la routine e la canicola avevano un po’ soffocato.

3 Comments

  1. Il prossimo va alla fine del terzo

  2. Non c’era più spazio? Al di là delle parole hai però centrato il punto, bravo!

  3. Ultimo anno di scuola? Boh, forse me ne renderò concretamente conto più avanti, per ora ho una sola certezza: sarà part-time (sei ore in meno!…), e questo sì si noterà dalla prima settimana di lavoro con le classi. In quanto all’ultimo un po’ non ci penso, un po’ sono come san Tommaso, se non vedo non credo e la nostra pubblica amministrazione non brilla per comunicazione con i suoi dipendenti, e, non bastasse, ci ha abituato ai cambiamenti di norme in corsa o retrodatati (vedi, due giorni fa: ape).
    Sto cominciando a pensare, ma sono solo bozze di pensiero, a cosa farò poi: di sicuro non il pensionato da circolino, per ora non vedo all’orizzonte impegni da nonno…, di sicuro, da anni, ho diverse bici che aspettano, pazientemente, che metta mano al loro restauro, penso a qualcosa di utile (l’insegnante è come il sacerdote e lo scout: per sempre), vedremo.
    Per ora carpe diem, al meglio delle capacità, che scemano, lentamente ma senza tregua; anch’io salto di palo in frasca: bella la parola scemano, a volte rende proprio l’idea, come il giorno prima di partire per Israele, quando, come dice il poeta (cito a memoria) “ho sentito la nera ala dell’imbecillità passare sopra di me”.
    Ma torniamo (ve lo racconto un’altra volta); vado per punti.
    Essere affiancato al Cappelletto mi fa strano, non riesco a capire/spiegare con chiarezza il perché pur concordando assolutamente sulla nostra eccellenza.
    In quanto ai peni giganti di sicuro quello di due metri e mezzo sulla lavagna lo disegnai perché in troppi, in quella classe (quarta superiore), e passi le ragazze (meno esperienza diretta, presumo…), ma i maschi no!, confondevano ancora glande e prepuzio, per non parlare dello scroto.
    In quanto alla parola “nozioni”, non mi piace; demonizzata dai tempi della scuola superiore l’ho cambiata in “informazioni”: per comprendere, capire, serve avere informazioni a proposito dell’oggetto a cui si sta girando attorno; e allora non “trapasso” bensì stimolare riflessione, rielaborazione personale, far nascere idee insomma. Al di là

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